BUCO CATTIVO
- Scrigni Verdi -
 
 


Questa volta avevamo deciso di prendercela un po’più comoda e così, con un campo interno di 3 giorni portammo finalmente a termine alcuni lavoretti in sospeso. Dopo aver verificato alcune misurazioni sulle correnti d’aria infatti, per prima cosa terminammo una lunga risalita aerea che ci aveva impegnato non poche energie ma che infine si risolse in un nulla di fatto. In seguito iniziammo ad ispezionare meglio una zona piuttosto labirintica osservando alcune piccole finestre che, ad prima visita terminavano tutte su concrezione, tranne una, che quasi sicuramente per il fatto che sembrava tornare su sé stessa, probabilmente non era stata percorsa fino in fondo. E così, superato un piccolo restringimento entrai immediatamente in una galleria di medie dimensioni completamente rivestita da cristalli di calcio. Tutto era così immacolato e candido che intuii subito di essere in una zona nuova. Allertai subito Romeo che mi raggiunse entusiasta e assieme proseguimmo per una ventina di metri superando qualche dislivello fino a giungere in un paradiso di concrezioni con tanto di lago sul fondo lungo una trentina di metri. Oltre, un passaggio fra le canule dava accesso ad una parte piuttosto complessa ed articolata, con numerosi laghetti e gallerie riccamente concrezionate. Presi dall’euforia di quell’incanto, superammo senza esitazione alcuni passaggi allagati immergendoci fino in vita e proseguimmo ancora il nostro viaggio fra i cristalli e le colonne bianchissime vagliando ogni ramificazione. Dopo un’ora però intuimmo che uno stretto e alto passaggio fra due colonne era l’unica prosecuzione alla frattura principale e così come due acrobati ci arrampicammo fino in cima al buco. Oltre lo sbarramento, una galleria ampia proseguiva per una cinquantina di metri, ci lasciammo dietro alcuni interessanti camini e sopra l’ennesimo lago attrezzammo un corrimano per superarlo. Al di là, ancora due splendide vasche sospese aprivano la strada all’ultima parte del magico scrigno, poi però la grotta stringeva su lastre di calcite sospese, unici superstiti di antichi bacini acquiferi oramai fossili. Infreddoliti e stanchi tornammo sui nostri passi un po’ amareggiati che la galleria terminasse a quel modo, ma non avevo ancora finito di recuperare la corda nel sacco che Romeo mi urla “pozzo”. Lo raggiunsi in un attimo e dopo qualche acrobazia volta ad aggirare una grossa concrezione scendemmo disarrampicando per pochi metri la verticale fino ad un cunicolo, che dopo una dozzina di metri aprì nuovamente in una bella e ampia sala. Non potevamo crederci, da li partivano ancora diverse possibilità esplorative ed alcuni evidenti camini. Guardammo l’orologio e decidemmo che dopo 10 ore no stop, senza mangiare granché e bagnati fradici forse era il caso di rientrare al campo, saremmo tornati meglio attrezzati e meno affaticati.
Rientrando, abbiamo fatto qualche scatto veloce, niente di eccezionale però, eravamo davvero troppo cotti!

Un anno dopo torniamo nuovamente per concludere la nostra visita ma però sfortunatamente non proseguiamo oltre i 500 metri di sviluppo. Risaliamo un paio di camini, arrivando ad alzarci più o meno alla stessa quota di sala Giulio Verne, ma niente di chè. Alla fine però, attraverso un piccolo passaggio, riusciamo a rientrare sul conosciuto, facendo così un bellissimo anello, che andrà ad aggiungersi all'Anello dei Rover.

Hanno partecipato alle esplorazioni:

Fabio Bollini
Romeo Uries   
 
Lino Bedini
Ri
ccardo stacchini



RUMORI INQUIETANTI

Erano le 23:00 circa della prima notte al campo di Sala Rinaldi, ci eravamo da poco infilati nei nostri caldi sacchi a pelo e dopo qualche sana risata ci apprestavamo ad appisolarci. Riposavamo quindi nell’assoluto silenzio della grotta quando per alcuni secondi udimmo l’eco di un lontanissimo smottamento del terreno, una frana imponente si era appena verificata molto lontano da noi e come fossimo in fondo al mare il suo sordo rumore si era propagato fino a noi come un inquietante avvertimento.
Se fossi stato solo avrei forse potuto ripetermi che probabilmente me lo ero sognato, ma quando chiesi conferma al mio amico sdraiato accanto a me, anche lui confermò sbigottito la stessa versione. La percezione di entrambi era stata chiara e precisamente quella di un enorme frana che scivolava, con giganteschi blocchi che ruzzolavano giù in un grande ambiente e non di un semplice masso staccato dalla volta. L’altra impressione che coincideva era che il fatto doveva essere avvenuto piuttosto lontano da li, ma non era assolutamente chiaro dove. A quell’ora e in quel giorno constatammo in seguito non vi fu alcun terremoto registrato, solo una breve scossa di magnitudo 1.8 si era verificata nel pomeriggio, ma a 50 km di distanza. Non saprei dire, ma certo è che quel frastuono cubico, quella massa enorme di blocchi di roccia che rotolavano come in un ravaneto Apuano ci avevano destato non poco, e tutta la notte non facemmo altro che riflettere su quel misterioso rumore ovattato e all ’ambiente che lo doveva contenere.

 

 
 


Qualche scatto anche dal campo di due giorni in cui sono state effettuate diverse colorazioni all'interno della cavità, allo scopo di fare luce sui diversi aspetti della sua circolazione.




 

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